MILANO
– Sconcertante, devastante o umiliante? E’ difficile trovare gli
aggettivi giusti per descrivere al meglio lo stato dell’università
italiana dopo aver letto Un Paese di Baroni, il
libro appena uscito di Davide Carlucci e Antonio Castaldo su «truffe,
favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come
funziona l’università italiana» (editore Chiarelettere). Non un
romanzo, purtroppo. Ma una lunga, dettagliata e approfondita inchiesta
con nomi, cognomi, date, pochissime opinioni e tanti fatti.
Un’inchiesta che lascia senza fiato:
perché se è vero che tutti sanno (o dicono di sapere) che è prassi
comune e diffusa che per avere certe cattedre e varcare certe soglie
occorra essere figlio di, amico di o sponsorizzato da, è altrettanto
vero che leggere 309 pagine che raccontano di privilegi, concorsi
truccati, reti di parentele intrecciate, infiltrazioni mafiose,
gerarchie nazionali su chi comanda e dove, criteri gerontocratici di
scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici
nella selezione dei docenti fa un effetto devastante. Non solo per i
professori, ricercatori e dottori coinvolti nelle inchieste documentate
nel libro ma per tutti quelli che pur a conoscenza di un «sistema tanto
chiacchierato, e oggetto di generale indignazione fino ad oggi lo hanno
accettato. L’importante era non fare i nomi» scrivono i due autori. Ora
ci sono anche quelli, nero su bianco. Ma forse anche questo cambierà di
poco la questione. Il sistema pare così tanto incancrenito da
autoalimentarsi e sopravvivere da solo. Anche se delle crepe cominciano
a intaccare il muro di gomma dell’università italiana.
Carlucci e Castaldo (tutti e due giornalisti; il primo a Repubblica, il secondo al Corriere della Sera)
raccontano infatti, accanto all’università dei privilegi, anche quella
di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. E
soprattutto riportano le storie e le testimonianze di chi si è
ribellato contro i concorsi truccati, contro un «sistema fortissimo
basato molto sull’obbedienza e poco sul merito». Citando i sempre più
numerosi casi di intercettazioni fai da te di studenti, aspiranti
ricercatori o docenti che si sono presentati nell’università dei baroni
a colloquio con i prof muniti di registratori portatili per memorizzare
«le regole del gioco». Negli ultimi anni proprio queste intercettazioni
hanno portato a più di un’inchiesta contro prepotenze e abusi.
Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle
graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei
facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto
questo libro. Peggio: frustrante. Paolo Bertinetti, preside della
facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai
conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri
meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha
dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla
massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che
«i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane.
Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un
parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la
ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata
all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di
matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» –
«Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo
Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi
truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i
giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e
tutto rimarrà uguale».
Il libro-inchiesta di Carlucci e Castaldo vuole essere
«un’istantanea sullo stato dell’università italiana e delle èlite che
la governano, nel momento di più profonda decadenza della sua storia».
Nel volume si ripercorrono le vicende che hanno portato intere dinastie
familiari alla conquista di tutte le cattedre disponibili nelle città
italiane «calpestando tante volte il merito e eludendo le regole
democratiche; con intere bande di cattedratici che si sono spartite il
territorio proprio come fa la mafia; raccontando il sistema dei baroni
e la fitta trama di scambi tra potere politico e mondo universitario.
Il tutto a detrimento di chi crede nelle università e nell’eccellenza
dello studio con i centinaia di professori, ricercatori e lettori che
nonostante i soprusi e le generali storture di un sistema che non
funziona, resistono e lavorano».
I due hanno deciso di dedicare
il loro lavoro ai «tanti che in questi ultimi anni
hanno denunciato abusi, aperto blog e siti internet contro il
malcostume accademico, scrivendo spesso con nomi e cognomi ai
quotidiani nazionali e ai tantissimi professori e ricercatori onesti
grazie ai quali l’Italia è ai primissimi posti di una speciale
classifica di merito stilata dalla rivista Nature nel 2004
calcolata in base alla proporzione tra investimenti ricevuti e qualità
delle pubblicazioni delle principali riviste di ricerca internazionale:
nonostante i pochi soldi, i concorsi truccati, la corruzione e molto
altro i ricercatori italiani ottengono risultati eccezionali.
Incredibile ma vero».
Viene solo da chiedersi allora,
visto che la degenerazione universitaria è direttamente proporzionale
alla cattiva qualità della ricerca, che Paese saremmo se le terribili
storture denunciate in questo libro sull' università non ci fossero.
Visto che «da qualche decennio si assiste ad un’autentica degenerazione
della logica del privilegio e per un po’chi voleva far carriera si è
adeguato, chi non ha trovato spazio ha cercato un’occasione all’estero,
altri hanno gettato la spugna e hanno ripiegato sulla professione
privata, sull’insegnamento nelle scuole superiori, oppure sono caduti
in depressione». Cosa sarebbe l’Italia se tutti quelli che sono andati
via o non sono riusciti ad entrare e lo meritavano avessero potuto
studiare e fare ricerca nelle università del nostro Paese?
L’inchiesta si fa viva. Viene
descritto nei dettagli il “sistema mafioso” che vige all’interno di
alcune università (caso limite a Messina, dove «le indagini hanno
mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta» e «la cosca
Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di
medicina e chirurgia» come scrive il pm Gratteri della dda di Reggio
Calabria). Viene raccontato come agisce la massoneria in cattedra («A
Bologna ci sono due lobby, massoneria e Cl. Controllano la sanità e la
facoltà di Medicina. E’ sempre stato così. E’ uno spaccato inquietante»
dice Libero Mancuso, ex magistrato, assessore comunale a Bologna).
Viene spiegato il meccanismo della grande truffa dei concorsi («C’è
l’assenza di qualsiasi trasparenza nello stabilire chi merita e chi no.
Pilotare i concorsi è una pratica assolutamente sicura e quasi
indolore. I docenti sanno di partecipare a un teatrino. Il nome di chi
deve vincere si conosce in anticipo. Talvolta è davvero la migliore
delle scelte possibili. Altre volte decisamente no. Ma la domanda è: se
già si conosce il vincitore perché spendere tanti soldi per indire i
concorsi?» scrivono Carlucci e Castaldo). Si scende poi nei dettagli
della Parentopoli d’Italia (Tre esempi soli tra i tanti? «A Roma il
rettore è Luigi Frati, ex preside di facoltà di Medicina dove c’era la
moglie, ex professoressa di liceo diventata ordinario, il figlio,
chiamato a insegnare sotto la presidenza del padre, e la figlia,
laureata in giurisprudenza…A Napoli nelle facoltà di Economia e
Commercio della Federico II sono state rintracciate 140 parentele
accademiche su un totale di 877 docenti...A Bari a Economia
imperversano famiglie come i Massari: otto i docenti con questo
cognome, tutti imparentati tra loro»). Si spiegano i meccanismi delle
commistioni dei poteri trasversali, poteri politici e interessi
economici che determinano assunzioni e vincitori di concorsi. Tutto
sempre più spesso inter nos.
Basta leggere cosa dice il Cnvsu,
il Comitato di valutazione universitaria: il 90,2% dei docenti
vincitori di concorso dal 1999 al 2007 provenivano dallo stesso ateneo
che aveva messo a bando la cattedra. Con l’autonomia universitaria del
1999 poi (finanziaria e contabile) si sono moltiplicati i docenti e i
corsi di laurea più bizzarri. Gli insegnamenti sono raddoppiati: da
85mila a 171mila. Con una proliferazione che non ha eguali nel mondo:
in Italia esistono 24 facoltà di Agraria, in California tre, in Olanda
solo una. Forse è anche per tutto questo che secondo i dati Ocse
del settembre 2008 solo il 17% della popolazione italiana tra i 24 e i
34 anni ha conseguito una laurea (contro la media dei paesi Ocse del
33%) e solo il 45% degli iscritti arriva alla laurea, meno del Cile e
del Messico e sotto la media Ocse del 69%? «Continuiamo così – direbbe
il Nanni Moretti dell’ormai storica battuta del film “Bianca” –
facciamoci del male».